Il Pianeta dove la Libertà è Partecipazione
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Sucram Nez era stato giorni e giorni in disordine coi sogni. Se ne susseguivano troppi, e troppo in fretta. La sua energia del momento sembrava non essere sufficiente per fermarne uno e provare a renderlo reale. Sentiva allora sempre più l’esigenza di fermare il caos onirico. Decise così di accettare l’invito a entrare in un circolo d’anime ipnotiche, e cominciò una litania collettiva per smembrare il suo corpo e ricostruirlo in luce. Il suo obiettivo ora era quello d’illuminare un sogno speciale e cogliere il modo di canalizzarlo, con l’ausilio della ragione, verso i passi del vivere. Visioni proiettarono Sucram Nez intorno a un fuoco notturno e scoppiettante. Dalla luna, piena, quasi ripiena, scivolò verso le fiamme un raggio chiaro, trasformandole in pira. Lui si adagiò nel circuito di calore, senza dolore. La fatica però era tanta. Sucram Nez percepiva comunque che in quella difficoltà era previsto il premio finale che lui avrebbe gradito. Il caldo, che avviluppava il suo corpo proiettato, corrispondeva al colore che pian piano andava delineandosi davanti ai suoi occhi chiusi. Le corde vocali del guerriero vibrarono di onde proprie. I suoni emessi accompagnarono al vento le sue ceneri. Il vento le trasportò verso il raggio lunare, con cui si fusero. Sucram Nez, vestito ora d’una alata corazza di luce, spiccò un sorriso. Da prendere al volo.
Sucram Nez aveva preparato il proprio bagaglio di sogni per partecipare a un viaggio tra colori e nuove idee. Ne sentiva non solo il bisogno ma il trasporto.
Aveva voglia di incontrare persone e guardare negli occhi un mondo improvvisato. L’avrebbe fatto come sempre, senza abbassare lo sguardo. Un malessere, però, fu l’improvviso impedimento alla sua voglia di esserci. Mentre si prendeva cura di sè arrivarono ai pensieri numerosi messaggi provenienti da coloro che al villaggio stavano progettando un viaggio galattico. Volevano portarlo via. Erano quelli che mai avrebbero voluto il suo esser chiuso all’interno delle mura d’una fortezza da costruire. Ripensò, così, anche ad altri messaggi che arrivavano prima di quel tempo caratterizzato da respiri difficili. C’erano persone che dichiaravano la loro presenza da lontano, muovendo parole ma non passi. Altre che, dopo aver mosso passi, si fermavano, forse per paura di passare il futuro murate anche loro nella fortezza. Poi mandavano parole pure altri esseri che, chiusi nelle loro fortezze, volevano condividere con lui il benessere che percepivano in quelle chiusure. C'era, inoltre, chi muoveva passi in circolo, nelle spirali del proprio io, credendo di condividere movimenti.
Ci fu chi lo invitò, invece, a partecipare a un grande incontro, organizzato per protestare contro ogni forma di chiusura. Però, in questo caso, lui pensava sarebbe stato più efficace e duraturo scrivere sulla sabbia che non il condividere presente con un numero enorme di persone inermi. Sucram Nez apprezzava ognuno di quegli stimoli.
Così, guardò la sua valigia dei sogni, in cui forse ne mancava qualcuno. Presto ci sarebbero state delle novità. Questo sentì di sussurrarsi. Quindi guardò il suo occhio sinistro, mentre il destro era già chiuso. Chiuse la valigia, si fece un gran sorriso, e s’addormentò cullato da un canto che proveniva dalla voglia di esistere.
Lui scambiò aperture con una finestra e sollevò le braccia per accogliere più aria. Il colore del momento riempì di realtà le stanze della sua mente.
Lei sorrise da lontano spalancando uno spicchio di sole.
Scambiarono passi lungo il fiume segnato insieme.
Sucram Nez accolse i colori d’una nuova stagione come segnassero la fine del suo ballo solitario. L’esercizio alla danza aveva reso il suo pensare più fluido. Quell’arte a lui sconosciuta in precedenza giovava anche ai movimenti nel combattimento. I compagni nelle prove di lotta notarono più volte il ritmo differente del suo confrontarsi. Sucram Nez, abbandonato il piacere di configgere, aveva affinato quello di mettersi alla prova. Nel bosco delle Fate non gli avevano trasmesso soltanto armonia con la danza. Molte di loro, con suoni, gesti o silenzi avevano comunicato un personale modo di vedere il mondo e Sucram Nez era rimasto così affascinato da arricchirsi a ogni singola emanazione. Più di tutto imparò a desiderare di nuovo una realtà degna d’essere sognata, poi a distendersi in volo sull’importanza di continuare sognando la storia di sé. Per renderla autentica e scriverla in un passaggio d’esistenza. Pensò al muro dove volevano rinchiuderlo e al senso che avesse. Ne trovò solo uno: costruirci finestre cui affacciarsi.
Sucram Nez s’addormentò in uno dei sentieri del Bosco delle Fate. Due di loro dimoravano, danzando, nel suo sogno inquieto. La più socievole prese a disegnare sulle sue spalle circoli di sussurri, mentre l’altra s’allontanava per un po’, trasportando un gran fardello di doveri.
“Andiamo a ballare dove pascolano gli assassini”, disse lei.
Declinato l’invito, il guerriero la vide salire su un pulpito per iniziarlo su un sentiero deviante.
“Non è da quella parte il mio obiettivo”, disse lui.
“Fidati, sarà divertente, sei troppo fermo sulle tue fatiche”. Disse la fata, svelando uno sguardo sulle labbra, sospese tra ghiaccio e lava.
“Faticherei più se vi seguissi. Il vostro bagaglio di certezze è pesante per le mie forze dubbie”.
Al risveglio, accanto a lui c’era una terza fata, che – prima di sparire nel fittume del bosco - lo guardò come se gli mancasse qualcosa. Delle altre due nessuna traccia, nemmeno di saluto, tranne una leggera scia di cenere e un sottile solco rosso, di ruote parallele. Sucram Nez riprese il cammino. Una luce fioca s’aprì la strada lungo un sentiero abbandonato dai passi. Una brezza sollevò da terra i piedi del guerriero. Mosse le membra in scioltezza. Era già arrivato al punto del giorno in cui ballare da solo. Non capì come. Però c’era.
“Ehi, non m’ero proprio accorta che fossi tornato a sognare”. Disse lei. La donna così tremendamente lei da non capire perché al villaggio non la considerassero lei. Continuò: “Mi sembrava non lo facessi da tanto tempo”.
“Sono stanco, molto stanco,” – rispose Sucram Nez – “ma credo non riuscirei a smettere di sognare, sarebbe come finire di respirare. Invece lo senti anche tu, così vicina, che ancora respiro”.
“Finora non ho avuto tempo per osservare, guarderò meglio”, disse colei che era tremendamente lei tanto da farsi paura proprio in quell’attimo di coraggio.
“Se trovassi il tempo per vedere te ne sarei grato. Potresti trovare qualcosa che non è solo mio e che da solo fatico a reggere”.
Sucram Nez proseguì lentamente, con alcune impercettibili parole, il cammino nel Bosco delle Fate. Il lupo di Ergon emanò un sospiro di approvazione.
Lei lo trattenne ancora un pò: “Perché segui questo percorso?”. La domanda della Fata che era tremendamente lei arrivò agli occhi del guerriero mentre si allontanavano dai suoi capelli rosso fuoco. Acceso di più lo sguardo Sucram Nez rispose: “Per posare un giorno, senza paura, la mano sulle braci che hai in testa! Perché sei bella come i giullari che passavano dal villaggio quando ero bambino”.
Poi il silenzio gli sembrò il modo migliore per comunicare alternative di desiderio e andare.
Sucram Nez cacciò un sogno liberatorio. Andò, così, a caccia lungo il sentiero di desiderio che da quel sogno s’era aperto sotto i passi onirici. Era capace nel procedere tra quei sentieri. Era stato addestrato a saper fare. Aveva scelto presto di saper essere. Anche per questo, ogni volta che i sogni di qualcuno rimanevano all’interno di gabbie della realtà, veniva richiesto il suo intervento liberatorio. Contro la tirannide delle regole antisogno Sucram Nez era senz’altro il lottatore più ardito che al villaggio fosse stato affinato.
Lungo il percorso, in quell’attimo, s’unì a lui il lupo di Ergon, comparso da uno specchio d’acqua. Sucram Nez più volte s’era sentito simile a lui. L’animale lo guardò lucente. Ebbe un sussultò del naso nel percepire odori dei desideri del guerriero. L’uomo, era in simbiosi con lo sguardo animale. Afferrò con la mano un pensiero volante. Era quello in cui lesse ancora una consapevolezza: non era più solo lupo. Era anche bosco. Plasmò il pensiero formando un lampo di locomozione. Partì con il lupo. Entrambi denudarono fremiti di liberazione. Era l’inizio di una nuova ricerca.
“Sono una scaglia di ghiaccio.” Disse lei.
Sucram Nez non sentiva freddo.
“Sono priva di desideri e non riesco nemmeno più a trovare un senso alle parole”.
Forse anche per questo Sucram Nez amava i silenzi. Infatti non rispose.
“Infatti – pensò – sarà per questo che nessuno viene a dirmi più niente. Possibile che tutti percepiscano solo quanto io ami i silenzi? Forse ho esagerato. Troppa passione erogata senza emettere suoni.”
Per qualche attimo si assentò da lei.
Sembrava, quindi, che tutti avessero preso atto e considerato una scelta propria o del destino la chiusura di Sucram Nez all’interno delle mura! Così però, già prima di essere lì dentro, a Sucram Nez non era più possibile vedere luci. Pur se per ricercarle era andato, dopo tempo immemorabile, a visitare il bosco delle Fate. Quello dove lo conduceva il nonno da bambino. Proprio lì ricordò le parole del magico Essere: “A volte a vedere la luce non si è pronti. Magari basta aspettare. Magari basta scegliere di non voler aspettare e rimanere al buio. Tanto qualcosa si vede lo stesso. Ombre. Scegli, se accontentarti delle ombre o andare a ricercare luci. Però non combattere mai contro le ombre. Potresti diventare ombra tu stesso”.
“Ehi, ma da dove vieni?”. Rispose lei al silenzio di Sucram Nez.
"Nasco dai tuoi pensieri, in questo momento".
“Sono la donna che non è lei”, disse lei.
“Se non sei tu è interessante”, rispose Sucram Nez, “ci sarà da ricercare”.
“Ho fatto un sogno”, continuò la donna che non era lei. “Ero in una città a me sconosciuta. Notte. Qualche luce sparsa illuminava le tenebre. Le strade pullulavano di gente che si muoveva a piccoli gruppi in silenzio. Tutti guardavano terra. Gente in sella a strani cavalli con le ruote filava via veloce con lo sguardo basso. Altri, su carrozze prive di cavalli innanzi, passavano lentamente. Ai margini della strada montagne di cose. Non capivo cosa fossero. Cumuli che emanavano profumo. Mi sono avvicinata. Le strade erano coperte di questa roba e anche tutt'intorno. Profumo. Di frutta. Poi sono riuscita a vedere meglio. Era tutta frutta. Montagne di frutta: pulita, lavata e a fette. Golosa. Il punto di maturazione perfetto. Il profumo inebriante. La gente passava scavalcando i meravigliosi cumuli e non li badava. Li evitava meccanicamente. Poi mi son resa conto che non guardavano a terra, ma il proprio ombelico. Io li osservavo stranita e con l’espressione di una domanda fatta a me stessa: possibile che nessuno si accorga del prodigio che c'è sulla sua strada? Mi sono avvicinata. Ho preso con le mani un mucchio di quella roba gocciolante, grondante succo che mi scendeva lungo gli avambracci. Ciliege, fettine di mele, chicchi d'uva, fettine di pesche. Un tripudio di colori. Una macedonia meravigliosa tra le mani. Doni della natura pronti per essere mangiati. E nessuno li notava.
Mi sveglio”.
“Si”, disse Sucram Nez, “ti svegli, mi sembra un risveglio quasi blu”.
Nell’aria di Ergon risuonò questa musica:

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